Una pausa per lo spirito – proposte di riflessione per i giorni dal 6 al 12 maggio 2012

Santena – 6 maggio 2012 – Di seguito, alcune proposte di riflessione per i giorni dal 6 al 12 maggio 2012, tratte dalla liturgia del giorno, con commento alle letture domenicali.

Domenica 6 maggio  2012

La Chiesa camminava nel timore del Signore

In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.
Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

At 9,26-31

Figlioli, amiamo con i fatti e nella verità

Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera a, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

1 Gv 3,18-24

Rimanete in me

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Gv 15,1-8

La vita cristiana è un cammino

La V, VI e VII domenica di Pasqua presentano un brano evangelico tratto dal cosiddetto “discorso di addio” di Gesù nel quarto vangelo (Gv 13-17). In questa domenica le letture mostrano aspetti diversi della vita spirituale ed ecclesiale sgorgata dall’evento pasquale. Il vangelo pone l’accento sulla comunione che il credente vive con il Signore e sul come custodire e conservare tale comunione; la seconda lettura va anch’essa a fondo della dimensione interiore della relazione con il Signore: interiorità evocata dal termine “cuore” e dall’esperienza dell’inabitazione di Dio nel credente contemporanea al suo rimanere in Dio. Il testo della Prima lettera di Giovanni propone l’obbedienza ai comandamenti del Signore, soprattutto al comandamento nuovo dell’amore vicendevole, come elemento fondante e strutturante della comunità cristiana. Vivere l’amore reciproco significa mostrare visibilmente la fede nel Risorto. Infine, il brano degli Atti degli apostoli (I lettura) mostra le energie del Risorto operanti in Paolo che da persecutore diviene annunciatore zelante e franco del vangelo. L’autorivelazione di Gesù “Io sono la vera vite” lo situa in relazione sia con il Padre (il vignaiolo) sia con i discepoli (i tralci). Come è essenziale al tralcio rimanere nella vite per fruttificare, così è essenziale al discepolo rimanere in Cristo per dare frutto. Che significa rimanere in Cristo? Per Giovanni “rimanere” (verbo ménein) non è il passivo adeguarsi a uno status in cui ci si trova, ma indica un evento dinamico in quanto designa la maturità del rapporto di fede e di amore del credente con il suo Signore. La sequela deve interiorizzarsi e divenire un rimanere nell’amore di Cristo. L’amore non è esperienza di un momento ma diviene relazione, storia, quando in esso si rimane. Custodire l’esperienza di amore conosciuta su di sé è essenziale per sviluppare la propria capacità di amare in modo adulto e maturo. Questo rimanere nell’amore diviene fondamento del rimanere e perseverare nella fede. Di più: il rimanere in (in Cristo, nel suo amore, nella sua parola) è basilare per il rimanere con (con i fratelli nella vita comune, nella chiesa). L’esperienza di fede come rimanere è esperienza di interiorità e profondità spirituale ed è esperienza di perseveranza e di comunione. Ma la comunione ecclesiale ha un saldo e imprescindibile fondamento nella comunione personale e interiore con il Signore. Senza quest’ultima, la vita ecclesiale si riduce a scena, a ipocrisia. Senza uno spazio di vita interiore e di comunione personale con il Signore l’“io” non riuscirà a dire “noi” in modo libero, convinto e pieno d’amore, e rischierà di piegare il “noi” all’“io”, di vivere le relazioni con gli altri all’interno di un rapporto di forza.“Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Analogamente Gesù dichiara: “il Figlio non può far nulla da se stesso, se non ciò che vede fare dal Padre” (Gv 5,19) e: “io non posso fare nulla da me stesso” (Gv 5,30). Gesù è interamente definito dalla sua relazione con il Padre: egli rivela il Padre perché è spossessato di sé, perché non fa nulla da se stesso. Ora, ciò che i discepoli, e dunque i credenti, hanno in comune con Gesù è questo “nulla”, questo nulla di proprio in cui sta la loro libertà e la loro forza. Per portare frutto il tralcio deve essere potato, e il credente, per portare frutto abbondante, deve conoscere una spogliazione, una purificazione, una morte a se stesso, ma per amore, in nome dell’amore. Infatti, solo una fede che si configuri come relazione di amore diviene vivibile con perseveranza! Il “portare molto frutto” è spiegato da Gesù con la frase “diventare miei discepoli” (Gv 15,8). A noi che troppo spesso pensiamo di essere già discepoli, di essere già cristiani, il vangelo ricorda che la vita cristiana è un cammino in cui, strada facendo, si impara a divenire discepoli, a divenire cristiani. Ignazio di Antiochia, al termine di una lunga vita di santità, mentre era condotto al martirio disse: “Ora incomincio a essere discepolo” (Ai Romani V,3).

Comunità di Bose

 

Si rimane in lui se le sue parole rimangono in noi

È la quinta domenica di Pasqua, la quinta volta che torna lo stesso ed unico giorno della resurrezione. Ed è così per tutte le domeniche. Esse tornano fedelmente, quasi segno della fedeltà di Dio. Tornano anche se tante volte siamo noi ad essere assenti. Tornano perché tutti possiamo restare nella Pasqua e incontrare Gesù risorto. Per questo gli antichi cristiani ripetevano: “Non possiamo vivere senza la domenica”, ossia “non possiamo vivere senza incontrare Gesù risorto”. Potremmo applicare anche alla domenica la parabola odierna della vite e dei tralci, somigliando la vite alla domenica e i tralci agli altri giorni della settimana. I giorni feriali restano senza frutto se non sono vivificati dallo spirito che riceviamo nella santa liturgia della domenica. Restare nella domenica, ossia conservare nel cuore quello che vediamo, ascoltiamo e viviamo nella santa liturgia, vuol dire rendere più fruttuosi i giorni che seguiranno. La Parola di Dio sottolinea la necessità di “rimanere” in Gesù, un tema particolarmente caro all’apostolo Giovanni. Nella sua prima lettera Giovanni afferma: “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui”. E nella parabola della vite i tralci e i termini “rimanere” e “dimorare” ne sono il cuore. L’immagine della vigna, nel suo simbolismo religioso, era molto nota ai discepoli. Uno degli ornamenti più vistosi del tempio eretto a Gerusalemme da Erode e che Gesù frequentò era appunto una vite d’oro con grappoli alti come un uomo. Ma soprattutto nelle Scritture il tema della vigna era tra i più significativi per esprimere il rapporto tra Dio e il suo popolo: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte!” invoca il salmista (Sal 80). E Isaia, nel mirabile “Canto della vigna”, descrive la delusione di Dio nei confronti di Israele, sua vigna che aveva curato, piantato, vangato, difeso, ma dalla quale non ha avuto altro che frutti amari. Geremia rimprovera il popolo d’Israele: “Io ti avevo piantato come vigna pregiata, tutta di vitigni genuini; come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?” (2,21). Nelle parole di Gesù c’è un cambiamento piuttosto singolare. La vite non è più Israele, ma lui stesso: “Io sono la vera vite”. Nessuno l’aveva mai detto prima. Per comprendere appieno queste parole è necessario collocarle nel contesto dell’ultima cena, quando Gesù le pronunciò. Quella sera il discorso ai discepoli fu lungo, complesso e con i toni di gravità propri degli ultimi momenti della vita: un vero e proprio testamento. Nel primo discorso Gesù chiarisce chi è la vera guida del popolo di Dio. E dice loro: “Io sono il buon pastore”. Subito dopo, iniziando un secondo discorso, afferma: “Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore”. Gesù si identifica con la vite, specificando che è la “vera” vite, ovviamente per distinguersi da quella “falsa”. Ma non è una vite isolata. Gesù aggiunge: “Io sono la vite, voi i tralci”. I discepoli sono legati al Maestro e sono parte integrante della vite: non c’è vite senza tralci e viceversa. Potremmo dire che il legame dei discepoli con Gesù è appunto come quello della vite con i tralci, essenziale e forte. È un legame che va ben oltre i nostri alti e bassi psicologici, le nostre buone o cattive condizioni. L’antico segno biblico della vigna riappare qui in tutta la sua forza. Con Gesù nasce una vigna più larga e più estesa della precedente e soprattutto percorsa da una nuova linfa, l’agape, l’amore stesso di Dio. La forza di questo amore è dirompente: permette di produrre molto frutto. Dice Gesù: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto”. Sono belle le parole di commento a questa pagina evangelica di Papia, uno dei Padri apostolici: “Verranno giorni in cui nasceranno vigne, con diecimila viti ciascuna. Ogni vite avrà diecimila tralci ed ogni tralcio avrà diecimila pampini e ogni pampino diecimila grappoli. Ogni grappolo avrà diecimila acini, ed ogni acino spremuto darà una misura abbondante di vino”. Il Vangelo prosegue: “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”. Sì, proprio quelli che “portano frutto” conoscono anche il momento della potatura. Sono quei tagli che di tempo in tempo, appunto come accade nella vita naturale, è necessario operare perché possiamo essere “senza macchia” (Ef 5,27). Il testo evangelico non vuol dire che Dio manda dolori e sofferenze ai suoi figli migliori per provarli o purificarli. No, non è in questo senso che va intesa la potatura. Il Signore non ha bisogno di intervenire con le sofferenze per migliorare i suoi figli. La verità è molto più piana. La vita spirituale è sempre un itinerario o, se si vuole, una crescita. Ma non è mai né scontata né naturale, e non è un progresso univoco. Ognuno di noi ha l’esperienza della crescita in se stesso di frutti buoni assieme a sentimenti cattivi, ad abitudini egoistiche, ad atteggiamenti freddi e violenti, a pensieri malevoli, a spinte di invidia e di orgoglio… È qui che si deve potare, e non una volta sola, perché questi sentimenti si ripresentano sempre, seppure in modi e con manifestazioni diverse. Non c’è età della vita che non esiga cambiamenti e correzioni, e quindi potature.
Questi tagli, talora anche molto dolorosi, purificano la nostra vita e fanno scorrere con maggior freschezza la linfa dell’amore del Signore. Per sei volte, in otto righe, Gesù ripete: “Rimanete in me”, “rimanete nella vite”. È la condizione per portare frutto, per non seccarsi ed essere quindi tagliati e bruciati. Forse quella sera i discepoli non capirono. Magari, si saranno chiesti: “Ma che vuol dire rimanere con lui se sta per andarsene?”. In verità, Gesù indicava una via semplice per restare con lui: “si rimane in lui se le sue parole rimangono in noi”. È la via che intraprese Maria, sua madre, la quale “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. È la via che scelse Maria, la sorella di Lazzaro, che restava ai piedi di Gesù ad ascoltarlo. È la via tracciata per ogni discepolo. Nella tradizione bizantina c’è una splendida icona che riproduce plasticamente questa parabola evangelica. Al centro è dipinto il tronco della vite su cui è seduto Gesù con la Scrittura aperta. Dal tronco partono dodici rami su ognuno dei quali è seduto un apostolo, con la Scrittura aperta tra le mani. È l’icona della nuova vigna, l’immagine della nuova comunità che ha origine da Gesù, vera vite. Quel libro aperto che sta nelle mani di Gesù è lo stesso che hanno gli apostoli: è la vera linfa che permette di non amare a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità.

 

Comunità di Sant’Egidio

 

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Lunedì 7 maggio 2012

Se uno mi ama, osserverà la mia parola

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Gli disse Giuda, non l’Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Gv 14,21-26

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Martedì 8 maggio  2012

Non sia turbato il vostro cuore

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Gv 14,27-31a

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Mercoledì 9 maggio 2012

Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Gv 15,1-8

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Giovedì 10 maggio 2012

Rimanete nel mio amore

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Gv 15,9-11

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Venerdì 11 maggio 2012

Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amati voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Gv 15,12-17

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Sabato 12 maggio 2012

Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Gv 15,18-21

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