Una pausa per lo spirito – proposte di riflessione per i giorni dal 3 al 9 giugno 2012

Santena- 3 giugno 2012 – Di seguito, alcune proposte di riflessione per i giorni dal 3 al 9 giugno 2012, tratte dalla liturgia del giorno con commento alle letture domenicali.

Domenica 3 giugno  2012

Medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio

Mosè parlò al popolo dicendo: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi? Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre».

Dt 4,32-34.39-40

 

Avete ricevuto lo Spirito che rende figli

Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Rm 8,14-17

Io sono con voi tutti i giorni

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Mt 28,16-20

La fede si accompagna alla non-fede

Il Dio biblico si rivela a Israele mediante la parola, dunque come Padre che pone i credenti in posizione di figli (I lettura); il Dio Padre, rivelato dal Figlio, il Cristo morto e risorto (vangelo), crea comunione con l’uomo mediante il suo Spirito, sicché i credenti lo invocano “Abbà” (II lettura). Accanto alla rivelazione di Dio, i nostri testi presentano il tema della signoria di Dio sulla storia e sull’uomo. La prima lettura parla di Dio evocando la creazione, la rivelazione, l’elezione e la liberazione, quindi ammonisce i figli d’Israele a osservare i precetti del Signore; il vangelo mostra il Risorto che detiene autorità in cielo e in terra e che invia i discepoli a narrare e insegnare tutto ciò che egli ha loro comandato; la seconda lettura mostra che l’universalità della signoria di Dio si esprime nella ricezione del dono dello Spirito che guida l’uomo a vivere da figlio di Dio. Il comando che il Risorto dà ai discepoli di battezzare le genti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, è anche il mandato perenne che il Signore dà alla sua chiesa: e non si tratta semplicemente di attuare un rito, ma di introdurre gli uomini nella relazione con Dio Padre per mezzo del Figlio Gesù Cristo nello Spirito santo. Questo il senso dell’esserci della chiesa: far conoscere la vita divina e introdurre in essa gli uomini. Altri compiti e mandati che la chiesa svolge occorre che siano passati al vaglio del vangelo perché non è detto che discendano da esso. La chiesa investita di questo mandato è e sarà sempre una povera chiesa. Matteo presenta non i Dodici, ma gli Undici: è una comunità monca, che ha conosciuto l’infedeltà, il tradimento e l’abbandono e la sorte tragica (cf. Mt 27,5) di Giuda. Inoltre è una comunità di credenti che però anche dubitano. Il passo di Mt 28,17 può essere tradotto: “Vedendolo, si prostrarono, però dubitavano”. La contemporaneità del gesto “liturgico” della prostrazione e del dubbio che abita il cuore è eloquente. La fede si accompagna alla non-fede. Gli “evangelizzatori” sono chiamati anzitutto a custodire e a nutrire la loro fede che anche in loro è “poca” e incerta. In questa parzialità e mancanza la chiesa è chiamata a farsi testimone della totalità di cui il Risorto è depositario. Il testo parla di quattro totalità: totalità dell’autorità che Cristo ha ricevuto da Dio in cielo e in terra (v. 18); totalità delle genti a cui sono inviati i discepoli (v. 19); totalità di ciò che Gesù ha comandato ai discepoli e che questi devono insegnare alle genti (v.20); totalità del tempo e della storia che vedrà la vicinanza del Risorto ai suoi discepoli e inviati (v. 20). Dunque la chiesa svolge la sua missione non contando su un proprio potere o su una propria forza, ma sul fatto che con la resurrezione ogni potere è stato dato (da Dio) a Cristo: “A me è stato dato ogni potere: andate dunque…”. È proprio questa liberazione dal potere, dall’assillo di darsi un potere umano, che fonda la possibilità della missione. È questo che consente agli inviati di raggiungere ogni gente, in una missione che deve essere rinnovata in ogni generazione e che ha un’estensione non tanto spaziale, quanto cronologica, “fino alla fine del mondo”. La missione e l’annuncio saranno dunque compiuti da inviati a loro volta obbedienti alla parola e ai comandi del Signore. Promessa e consolazione per i credenti sono poi le parole del Signore: “Io sono con voi tutti i giorni”. Il tutto del Dio trinitario manifestato nel Cristo risorto impegna la chiesa alla fede e all’obbedienza. Le concrete situazioni di povertà ecclesiale possono allora essere colte come occasioni per far spazio alla presenza del Risorto. La missione della chiesa è infatti sacramento della missione che il Risorto stesso, nella potenza dello Spirito, compie. Come vaso fragile, la chiesa custodisce come tesoro prezioso, con la fede e l’obbedienza, la presenza che sola può dissetare e saziare chi ha fame e sete di giustizia. Come sta scritto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Comunità di Bose

La salvezza si chiama: comunione con Dio e tra gli uomini

La liturgia della Chiesa, in questa prima domenica dopo Pentecoste, celebra la festa della Santissima Trinità. E non è casuale mettere in relazione la Chiesa, che muove i primi passi nel giorno della Pentecoste, con il mistero della Trinità. I discepoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, escono dalle mura ristrette e chiuse della casa ove si trovavano “per paura” ed iniziano a comunicare il Vangelo e a battezzare i primi convertiti alla fede. Obbedivano così a quanto Gesù aveva loro ordinato prima di lasciarli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Nel giorno di Pentecoste la confusione delle lingue e la divisione del genere umano, simboleggiate da Babele (Gen 11,1-9), vennero vinte dalla predicazione evangelica che, senza distruggere le differenze dei linguaggi, riuniva i popoli della terra nell’unica famiglia di Dio.
Nella festa della Trinità Dio squarcia il velo che copre il suo mistero, rompe il silenzio sulla sua vita (la parola greca mysterion significa appunto “tacere”) e ci fa cogliere la verità sul mondo fatto, appunto, a sua immagine e somiglianza. Le Scritture sottolineano in ogni pagina l’inconoscibilità del mistero di Dio. Egli abita in una luce invalicabile che “l’uomo non può vedere continuando a restare in vita”. Dio stesso rompe il silenzio – e solo Lui poteva farlo – per rivelarsi agli uomini all’interno della storia “con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso”, come dice la lettura odierna tratta dal primo dei tre discorsi solenni di Mosè nel Deuteronomio. E non basta. Dio “molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2), aggiunge la Lettera agli Ebrei. E nel giorno di Pentecoste il Signore Iddio dal cielo riversa sui discepoli lo Spirito Santo perché fosse lui – come aveva detto lo stesso Gesù – a guidarli verso la verità tutta intera. Ebbene, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che oggi contempliamo nella Trinità, sono la radice, la fonte, il sostegno della Chiesa nata nel giorno di Pentecoste, segno dell’unità di tutto il genere umano. La Chiesa non nasce dal “basso”, ossia non è il risultato della convergenza degli interessi delle persone che la compongono, non è il frutto dell’impegno o dello slancio di cuori generosi, non è la somma di tanti individui che decidono di stare assieme, non è l’associazione di persone di buona volontà per realizzare uno scopo nobile. La Chiesa viene dall’alto, dal cielo, da Dio. E, ancor più precisamente, da un Dio che è “comunione” di tre persone. Esse – proviamo a balbettare qualche parola – si vogliono a tal punto bene l’una con l’altra da essere una cosa sola. Da tale comunione d’amore nasce la Chiesa e verso tale comunione essa cammina, trascinandosi l’intera creazione. La Trinità è origine e termine della Chiesa, come è origine e termine della stessa creazione.
Per questo la Chiesa è anzitutto e soprattutto mistero, mistero da contemplare, da accogliere, da rispettare, da custodire, da amare. Ed è un mistero di comunione. Solo in questa prospettiva si può comprendere la Chiesa come comunità, come un corpo strutturato. Pertanto chi ascolta il Vangelo con il cuore non è solo accolto in una comunità organizzata. È soprattutto accolto nel mistero stesso della Trinità, nella comunione con Dio. Noi viviamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Ed è un grande e inestimabile dono. Ma è anche un compito. La Chiesa che nasce a Pentecoste non è neutra. Essa ha nella sua stessa costituzione una vocazione: il servizio dell’unità e della comunione. Mentre il mondo in cui viviamo sembra stregato dagli egoismi di singoli, di gruppi, di categorie, di nazioni che non sanno (spesso non vogliono) alzare lo sguardo oltre il proprio particolare, oltre i propri interessi cosiddetti nazionali, la Chiesa della Pentecoste, nata dalla Trinità, ha il compito di ricreare la carne lacerata del mondo, di ritessere la comunione tra i popoli. Lo Spirito effuso nella comunità dei credenti dona una nuova energia, come scrive Paolo nella lettera ai Romani: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi” (Rm 8,15). E Gesù, prima di inviare gli apostoli, dice loro: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). La forza che il Signore dona ai suoi figli cura la carne dell’umanità ferita dall’ingiustizia, dalla cupidigia, dalla sopraffazione e dalla guerra e costituisce l’energia per alzarsi e incamminarsi verso la comunione. Era il disegno di Dio sin dall’inizio della creazione. C’è, infatti, una corrispondenza tra il processo creativo e la vita interna di Dio stesso. Non a caso Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo”. L’uomo – inizialmente significava sia uomo che donna – non era stato creato ad immagine di un Dio solitario, ma di un Dio amore. Ogni singola persona e l’umanità intera non saranno se stesse al di fuori della comunione. Solo all’interno della comunione potranno salvarsi. A ragione, perciò, il Vaticano II ricorda a tutti i credenti che Dio non ha voluto salvare gli uomini singolarmente, ma radunandoli in un popolo santo. La Chiesa nata dalla comunione e ad essa destinata si trova perciò ad essere impegnata nel vivo della storia di questo inizio di millennio come lievito di comunione e di amore. È un compito alto ed urgente che rende davvero meschine (e colpevoli) le liti e le incomprensioni interne. Sono le liti all’interno delle nostre comunità, sono le divisioni all’interno delle Chiese cristiane, sono le divisioni che lacerano la comunione tra i popoli. Chi resiste all’energia di comunione diviene complice dell’opera del “principe del male” che è spirito di divisione. Per questo l’apostolo Paolo, per farci sentire l’urgenza della comunione, può ripetere ancora oggi: “Che il sole non tramonti sulla vostra ira” (Ef 4,26).
La festa della Trinità è un invito pressante ad inserirci nel dinamismo stesso di Dio e a vivere la sua stessa vita. Il Signore realizza la salvezza – come dice il Vaticano II – raccogliendo gli uomini e le donne attorno a sé in una grande e sconfinata famiglia. La salvezza si chiama, appunto, comunione con Dio e tra gli uomini.

Comunità di Sant’Egidio

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Lunedì 4 giugno  2012

Lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano. Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Ne aveva ancora uno, un figlio amato: lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?». E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Mc 12,1-12

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Martedì 5 giugno  2012

Perché volete mettermi alla prova?

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perchè non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.

Mc 12,13-17

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Mercoledì 6 giugno  2012

Voi siete in grave errore

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Mc 12,18-27

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Giovedì 7 giugno  2012

Non sei lontano dal regno di Dio

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Mc 12,28b-34

 

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Venerdì 8 giugno  2012

La folla numerosa lo ascoltava volentieri

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi”. Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

Mc 12,35-37

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Sabato 9 giugno  2012

Guardatevi da chi ama ricevere saluti nelle piazze e avere i primi seggi

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Mc 12,38-44

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