Santena, interviste di fine 2012: don Mauro Grosso

Santena – 27 dicembre 2012 – Il blog nei prossimi giorni proporrà una serie di interviste. Di seguito, quella registrata con don Mauro Grosso, viceparroco.

Cosa chiedono i giovani quando sono a colloquio con te: quali problemi segnalano. Si parla di abuso di droghe e alcol, di dipendenza da gioco?

Don_Mauro_Grosso_dic2012«I problemi più ricorrenti e più significativi nella nostra comunità che emergono durante i colloqui non sono quelli rilevati dalla domanda – afferma don Mauro Grosso –. Il problema dell’uso di stupefacenti, dell’abuso di alcolici, la dipendenza da gioco non sono argomento che ricorrono nelle richieste di aiuto nei confronti di noi preti. Non so se queste persone chiedono aiuto ai centri specializzati dell’Asl. Almeno per quanto mi riguarda, non ci sono moltissime richieste di questo tipo, qualcosina in più arriva rispetto al gioco. Sul resto non mi arriva nulla. Sono invece ben presenti i problemi economici, la mancanza di un lavoro, l’emergenza legata al problema casa.  Si tratta di problemi sempre gestiti e affrontati con grande dignità dalle persone che vengono da noi. Rilevo anche altri problemi, numericamente ben presenti in molti. Uno su tutti: la mancanza di valori. Tanti nonni e adulti lamentano che i loro giovani non credono più in Dio, non vanno più a messa. Ci sono giovani e adulti che perdono il senso della vita, a partire da come affrontano il lavoro, la vita famigliare, gli impegni nei confronti dei coniugi, dei figli e dei conviventi. Questo sono i problemi più devastanti che abbiamo di fronte ogni giorno».

Don Mauro continua: «I giovani mi chiedono di provare a dare loro qualche strumento o di fare qualche passo insieme sulla via della comprensione della fede. Su tante cose si sentono interpellati dal mondo: nella fede cristiana intravedono delle risposte. Vogliono lumi maggiori e guardano al prete come quello che dovrebbe sapere. Forse non si rendono conto che più che un sapere è un istruire, un camminare insieme, un coltivare germi di bene che loro stessi hanno dentro di sé. Ecco, questa è la richiesta maggiore che mi arriva dai giovani. Il senso della vita, un riferimento certo. Il problema è che la scuola non fa più questo, almeno da quel che mi dicono i giovani. A scuola questo non accade più; molti docenti sono preoccupati soltanto di completare il programma. Sempre più rari sono i docenti che sono anche un po’ maestri di vita, che ascoltano gli allievi e danno indicazioni. Alcuni poi, lo fanno in maniera del tutto soggettiva senza alcun ancoramento all’oggettività delle loro idee. E questo produce effetti devastanti nei giovani. Un altro grosso problema è che i genitori non fanno più i genitori. I ragazzi non hanno padri e madri. Poi alcuni arrivano dal prete a cercare riferimenti. Il prete che con tutti i suoi difetti, mancanze e peccati, è pur sempre uno che ha fatto una scelta, uno che loro probabilmente vedono coerente con la vita che continua a svolgere. Uno che viene visto come riferimento rispetto ai loro genitori. Dal punto di vista della gioventù le criticità maggiori arrivano in campo educativo, dai problemi delle famiglie che continuano a essere sfasciate. E, questo, è un qualcosa su cui bisognerebbe riflettere molto di più da parte del mondo adulto. Non dico con convegni e incontri, ma ciascuno dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza. Esiste il problema dell’egoismo, dell’individualismo, delle separazioni e, in genere, delle crisi di identità,  di certezza nei giovani. I giovani devono sognare in grande, devono avere la possibilità di guardare al futuro con gioiosa speranza. Invece che fanno? Si fidanzano e vanno avanti finché dura, perché tanto il matrimonio non esiste, perché l’amore eterno non esiste. Oppure non vedono futuro perché non hanno lavoro e la crisi economica non promette nulla di buono. Noi adulti siamo invece chiamati a cominciare a dare speranza ai giovani su tutto quello che possiamo. In questa situazione economica critica per noi cristiani l’unica speranza è nostro Signore Gesù Cristo che ti fa dire che forse non è solo l’economia che conta. Il problema è che molti di noi il Signore l’hanno tolto dalla loro vita e dunque…».

Quali sono le caratteristiche della comunità cristiana cittadina?

«La comunità cristiana di Santena è una comunità viva, sensibile e anche attenta a quello che accade – afferma don Mauro Grosso –. E’ una comunità esigente. E’ una comunità in cammino, soprattutto sull’unità. Non tutte le realtà di servizio e di impegno della comunità sono ancora perfettamente integrate e  dialoganti tra di loro. Non guardano perfettamente nella stessa direzione, nel senso di camminare verso lo stesso obiettivo, tenendosi per mano. Tutti lavorano per nostro Signore Gesù Cristo, per la Chiesa cattolica, ma forse ciascuno va per le proprie vie. Non è questa una situazione dilagante, maggioritaria, ma ci sono alcune realtà che potrebbero fare di più per lavorare insieme».

Qual è la situazione della pastorale giovanile in città?  

don_Mauro_Grosso«La pastorale giovanile, in quanto tale è come i giovani: è dunque frizzante, entusiasmante, esigente, ma anche, per certi versi, inaffidabile, così come sono i giovani – afferma don Mauro Grosso –. A Santena direi che c’è un buon riscontro tra i giovani che frequentano la parrocchia anche dal punto di vista di formazione e impegno. Spesso i ragazzi nelle relazioni tendono a non spendersi cristianamente e a vivere un po’ in maniera non completamente coerente il loro impegno, il loro credo, la loro affettività. Questo determina una incostanza e relazioni un tantino complicate. In ogni caso, confrontando la nostra pastorale giovanile, con quel che accade nelle parrocchie della nostra unità pastorale mi pare che Santena sia ancora una realtà molto vitale, che impegna risorse ed energie di ogni tipo per venire incontro alle esigenze formative cristiane e umane dei giovani».

Tra i gruppi giovani c’è quello missionario. Che cammino ha portato avanti in questi anni?

«Ogni gruppo non è tale perché esiste come contenitore, ma è tale perché chi lo popola, ci mette tutto se stesso, la propria anima e il  corpo – spiega don Mauro Grosso –.  Il gruppo missionario, degli ultimi 5 anni sta vivendo una fase di rinascita, di rielaborazione, di ripensamento. E non so se oggi siamo già arrivati al momento giusto, se le persone che lo compongono abbiano trovato la quadra insieme. Certamente quest’anno, con i ragazzi che ci sono, c’è una vitalità decisamente maggiore rispetto al passato che è andata costruendosi e crescendo nel tempo e che, finalmente trova lo sbocco. Vuole anche dire che quello che si è fatto nel passato sta portando i frutti. E però è anche vero che i frutti li stanno portando coloro che ci sono adesso. E’ comunque una piccola grande soddisfazione vedere un gruppo che ha capito e sta lavorando sulla missionarietà della Chiesa, che ha capito che missionarietà non è solo solidarietà e assistenza nei confronti delle popolazioni meno fortunate dei paesi in via di sviluppo, ma soprattutto evangelizzazione e annuncio della fede qui, in mezzo alla nostra gente».

L’oratorio San Luigi e villa Tana rappresentano un momento importante delle attività della parrocchia.

«Villa Tana è uno spazio, un luogo aperto a tutta quanta la città – puntualizza don Mauro Grosso –. L’oratorio è un luogo presidiato, c’è sempre qualcuno che vigila sulla sicurezza dei ragazzi come di tutte le persone che lo frequentano. L’investimento che la parrocchia ha compiuto qualche anno fa – l’impianto di videosorveglianza a circuito chiuso  – si sta rivelando prezioso e ci garantisce qualche sicurezza in più su quel che accade. In oratorio gli ambienti sono ampi e questo ausilio serve molto, aiuta e  consente di intervenire prontamente in caso di problemi. Detto questo in questi anni i problemi si sono presentati assai di rado e poche volte abbiamo dovuto visionare le riprese per capire quanto successo di anomalo. L’oratorio santenese rimane uno spazio aperto a tutti.  I maggiori frequentatori sono i bambini e i loro genitori che trovano un luogo circoscritto e sicuro. Le famiglie sono tranquille e i bambini possono giocare. Per quanto riguarda i giovani l’oratorio è un ambiente che è frequentato in base alle mode.  E in questo momento l’oratorio non è di moda perché ci sono altri ambienti che tirano di più. L’effetto novità di riapertura del bar di alcuni anni fa ora è del tutto passato. A Santena i giovani mi sembrano diretti e si ritrovano altrove; seguono un po’ le mode. Oggi in oratorio ci sono di più i giovani di una certa età e gli adulti. L’oratorio con la polisportiva offre realtà sportive consolidate per calcio e pallavolo.  Si tratta di una aggregazione di buon livello qualitativo che raccoglie un buon numero di adesioni. Certo, tutto si può sempre migliorare, ma la polisportiva oggi in città è un punto di eccellenza.  Il nostro oratorio è frequentato anche da tante persone che delle attività di formazione cristiana strettamente intese sono abbastanza disinteressate. Per contro le persone interessate alla formazione umana e cristiana non frequentano più di tanto l’oratorio. Anche questa è una peculiarità della nostra comunità. In positivo ciò vuol anche dire che l’oratorio è un po’ la casa di tutti: e questo va considerato per tutta la comunità uno sprone per continuare a lavorare bene e sempre meglio».

Come prosegue il cammino della comunità di Santena all’interno dell’unità pastorale?

«A livello di unità pastorale c’è un buon modo di lavorare insieme da parte di noi preti; è una cosa non scontata – afferma don Mauro Grosso –. Ci si conosce e, ormai da qualche anno, non si sono cambiamenti sostanziali. I preti si trovano bene e lavorano insieme e questo è già un primo grande segno. Le comunità stanno camminando verso una sempre maggiore consapevolezza del doversi orientare a un lavoro comune pastorale. Certo, ci sono ancora difficoltà, ci sono resistenze. La gente fa ancora  difficoltà a spostarsi per andare da Poirino a Trofarello. Per molti si tratta di spostamenti ancora troppo ardui. Si fa un po’ fatica a fare insieme le cose. Spesso risulta difficoltoso far diventare una parrocchia il polo intorno al quale far gravitare una determinata iniziativa: ciascuno si sente depauperato della propria specifica singolarità. Questo è un cammino in corso dovrà forse accelerarsi un po’: una accelerazione che avverrà per necessità. Quando le comunità avranno numeri così ridotti nelle singole attività da impedire uno svolgimento sensato delle iniziative ci si metterà insieme: sarà un fare di necessità virtù. Noi preti e anche alcuni fra i laici ci stiamo rendendo conto che, invece, la via è un’altra. È necessità lavorare insieme perché ci si confronta. Comunità vicine, nonostante resistenze preconcette, a distanza di tempo anche breve, a volte si rendono conto che lavorare insieme sia l’unica via possibile per fare qualcosa di bello, costruttivo e  sensato e non restare sempre chiusi in se stessi. Il fatto che don Nino sia parroco di Cambiano e Santena e don Martino sia vice di Cambiano e di Santena, dal punto di vista logistico è senz’altro non favorevole, ma dal punto di vista pastorale la dice lunga. È fondamentale che don Nino sia inteso come parroco delle due comunità e don Martino come viceparroco delle due comunità».

L’impegno nella segreteria dell’arcivescovo Nosiglia, l’insegnamento alla facoltà teologica sono esperienze importanti; in che modo li travasi nell’attività della parrocchia?

«Sono esperienze importanti anche per la lettura della realtà – dice don Mauro Grosso –. Sono punti di osservazione importanti e privilegiati. Stando con l’arcivescovo, sentendo i suoi interventi, leggendo e parlando anche con lui, rilevo come le criticità della nostra comunità siano quelle un po’ di tutta la diocesi; sono anche quelle di questa nostra società. Stando accanto all’arcivescovo ascolto, vedo, rilevo proposte e tentativi di soluzione, il confronto è sempre utile. E allora, di ritorno, porto a Santena le eccellenze sperimentate altrove. Guardando il panorama con davanti un orizzonte più ampio riesci a percepire più compiutamente la realtà e a collocarla meglio nel contesto generale. Non che prima questo non accadesse del tutto, ma certamente lo sguardo prima era molto più concentrato entro i limiti di questa parrocchia. Per la facoltà teologica ho tenuto un corso di teologia filosofica.  E questo è un aggancio circa i giovani: mi rendo conto che uno dei problemi, se non il problema è quello di rendere conciliabili fede e ragione. La nostra mentalità, la cultura nella quale siamo immersi ritiene inconciliabili la fede e la ragione. Questa tesi produce effetti devastanti. Io stesso ho di fronte un uditorio fatto di seminaristi addentro alle questioni di fede che di fronte a certe affermazione filosofiche e quindi di ragione ti guardano con occhi sbarrati e ti dicono “ma questo lo possiamo dire dal punto di vista razionale”. Certo, rispondo io. Il problema è che viviamo in una cultura malata, quella in cui siamo immersi, che risente di una tradizione plurisecolare. Qui sta la scelta di campo di ciascuno, di decidere da che parte stare. Se tutte le filosofie del mondo che danno contro al buon Dio sono di moda perché escludono la sfera del religioso dalla vita delle persone e da quel che è frutto di razionalità questa è una scelta di campo, perché non è certamente una scelta consapevole, di riflessione».

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